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L'amuleto

Autore: Valentina Ferri

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“Te lo ricordi l’Ettore?”, mi chiede Marta d’un tratto. Certo che me lo ricordo. Giocavamo nella distilleria della Cesca, la nonna di Marta, tra l’aria densa di profumo di mosto, calda e fitta di moscerini. Ci nascondevamo dietro le grandi botti e fingevamo di essere nel laboratorio di un mago, tra alambicchi e bottiglie, rubinetti e filtri d’amore. Aveva i pantaloni corti e le gambe brune, Ettore, e un naso aquilino che ti puntava come una nave da guerra. Per i suoi quattordici anni era smilzo e ancora piccolo di statura, ma vicino a lui mi sentivo al sicuro. Lo amavo, ma neppure Marta lo sapeva. Era un segreto. Una sera di agosto, per il mio compleanno, lo avevo invitato a festeggiare in famiglia insieme a Marta e alla Bettina, che era un’altra delle mie amiche da sfollata. La guerra sembrava lontana, e per una sera avevamo mangiato sotto il pergolato, sul grande tavolo di porfido abbellito da una tovaglia a quadretti bianchi e verdi. Era bello chiudere gli occhi e sentire tintinnare i bicchieri, i piatti toccarsi tra loro ad ogni portata; era rassicurante ascoltare Ettore che chiacchierava con Bettina e Marta, avvertire il timbro caldo delle parole di papà e mamma che gli rispondeva con allegria argentina. I miei amici ridevano tra loro e io mi sentivo cullare da quei suoni noti, confortanti, a cui si intrecciava il canto intermittente ma ostinato dei grilli nascosti nel buio. Quel ricco tappeto sonoro era come una trapunta adagiata sotto i miei piedi, pronta a difendermi, ad attutire i colpi e le cadute. Mi ero sentita amata, circondata di premure La Cesca aveva allestito una cena con panieri di frutta posata su foglie di fico e formaggi disposti su grandi piatti di rame tondi come scudi. Tutti bevevano vino rosso versandolo nei bicchieri da antiche brocche di ceramica a forma di leoncini. Mi incuriosivano molto, quelle anfore colorate in foggia di animali, la magia delle fauci spalancate da cui gorgogliava Barbera profumato. Oltre ai leoni in casa c'erano due galletti e perfino un fagiano, finemente dipinto, impettito e con il becco rosso. Di solito il fagiano di ceramica serviva per ospitare un occasionale spezzatino.

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Valentina Ferri è nata a Milano e vive a Pavia. Ha collaborato e scrive su diverse testate femminili, periodici musicali e pagine di cultura, coniugando da anni l'attività di scrittura con quella di interprete teatrale. E’ autrice di articoli e monografie sul rapporto tra narrativa e musica. Ha pubblicato nel 2004 il saggio La ineluttabile modalità dell'udibile. Allusioni e strategie musicali nell'Ulisse di James Joyce (Deainedi, Milano, 2004) e il romanzo Il mare immobile nel 2011 per Galaad edizioni. Il racconto"L'eredità di Cosimo” è presente ne L'occasione antologia curata da Francesca Bonafini e Caterina Falconi (Galaad 2012) e “Il demone sproporzionato” nella raccolta La morte nuda (Galaad 2013). Per Deainedi (2014) ha scritto il romanzo Avevo otto anni e c’era la guerra. Storia a quattro mani con cucina, insieme a Donatella P. Cei. 

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