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L'estate tra i palazzi

Autore: Paolo Di Sabatino

Era l’82 e l’eccitazione per l’Italia mundial era molto alta. C’era un impasto di vite nelle sere d’estate, in quei palazzi tutti vicini, al di là di Pablito e delle pipe di Pertini e Bearzot.

Di quel luglio ricordo la straordinaria bravura di Elisa al pianoforte, al quinto piano. Sotto c’era il signor Mario, che faceva le notti come vigilante e bestemmiava per un niente; sua moglie faceva il bucato, con una precisione nello stendere i panni da fare invidia a una architettura complessa e bella. Al piano terra c’era la signora che diceva il rosario, con il marito malato a letto. C’eravamo noi, che di tutto il bello intorno non ci accorgevamo ancora. Ci bastava stare insieme per scacciare la noia. C’erano anche gli operai con le 127 rosse che tornavano dalla fabbrica con gli sguardi torvi. A noi facevano paura; poi, però, inaspettatamente giocavano un po’ a pallone in strada anche loro e si facevano piacere la vita. C’erano gli appartamenti belli. Ma noi, con quei bambini dietro quelle porte, non ci volevamo giocare: ci sembravano diversi, potevano anche essere simpatici, ma loro poi rientravano con il parquet sotto i piedi e tu ti vergognavi di quella maglietta colorata rossa che portavi troppo spesso. C’era da pregare per essere forte, perché se ti prendevano in giro a quell’età, ti sentivi sconfitto. Ma in fondo non ci si sentiva mai sconfitti vicino ai motorini dei più grandi, sotto i lampioni. E con i più grandi ti veniva coraggio, perché, se eri dei palazzi, eri uno di loro.

Si stava fino a tardi in giro e lui c’era sempre, lui c’era ancora: era un arredo che completava i palazzi sulla strada.

Mi ricordo che Zi ‘Ndonie ascoltava musica che a me non piaceva: tutti quegli organetti abruzzesi che ti si mettevano alla testa! Non sapeva parlare in italiano, però era buono e sapeva fare tantissime altre cose. Era seduto sempre fuori casa. Dai dieci gradi in su, lui c’era. L’età non l’ho mai saputa decifrare, tra gli 85 e i 100 tutto era possibile. Di corporatura normale, occhi acquosi e sguardo malinconico. Era un mago a lavorare il legno. Lo salutavano tutti con rispetto e lui sorrideva. Di poche parole. «Zi ‘Ndo’ tutt’ apposte?». «Va va», la risposta sintetica. I ragazzetti un po’ più grandi: «Zi ‘Ndo, t’avisse murì stanotte». «Va, va». 

Quando è morto veramente, nella chiesa del quartiere non ci si entrava, sembrava il funerale di un capo di stato. Invece era Zi ‘Ndonie, che aveva sempre salutato tutti: un bravo falegname, una brava persona.

La sera, poi, una mezz’ora la dedicavo sempre a mio cugino Alfredo.

Alfredo era handicappato, così si diceva allora, ma io non sapevo cosa significasse quella strana parola. Alcuni ragazzotti un po’ più grandi mi avevano detto una volta: «Non ci andare, non è normale». Io non mi tormentavo sulla normalità e neanche Alfredo si faceva troppi problemi. A lui piaceva giocare a modo suo e si divertiva pure parecchio con me. Se avesse aspettato fino a oggi, non lo avrebbero chiamato più handicappato, ma “ragazzo con problemi”. Se solo avesse avuto un po’ di pazienza, sarebbe stato chiamato “diversamente abile”. Chissà se anche lo sguardo delle persone sarebbe cambiato, se avesse avuto pazienza. Uscito da casa di Alfredo, era ancora estate. Era tutto più bello e io non mi stancavo mai di stare in giro.

L’ago della bilancia, sul finire della giornata, era in mano ai nonni: loro decidevano se era il caso di mandarti a comprare i gelati al bar.

I nonni si divertivano a farti credere che no, quella sera no, non si poteva andare al bar a comprare altri gelati. Resistevano forse due minuti, poi ti davano duemila lire stropicciate e si partiva con le biciclette insieme ad altri piccoli amici. La nonna prendeva il cornetto Algida, sempre, anche se ogni sera faceva finta di scegliere altro. Si pedalava veloce, velocissimo, per fare più luce con le luci delle bici e si tornava da passisti, con sprint finale per vedere chi arrivava per primo. I gelati, non si sa come, protetti dalla nostra spensieratezza, dentro le buste di plastica bianche, sottili, appese al manubrio, arrivavano intatti. Mia nonna, un attimo prima di scartare il suo cornetto Algida, rideva sempre. Penso che un cono così non ritorni mai più.

Accidenti, quasi dimenticavo. Quella sera, tornando a casa, la vidi. La vidi e aveva i capelli profumati. Certo non potevo saperlo sul serio, ma quando li pettinava erano così neri e lucidi… sì, erano per forza profumatissimi. Beatrice se li pettinava dietro persiane di legno, non erano chiuse, non erano aperte. No, purtroppo no, nemmeno quel caldo avrebbe potuto giustificare una simile sfacciataggine. Io passavo di lì. I miei dieci anni mi facevano già intuire che dietro quel gesto c’era qualcosa di intensamente bello. Quell’attimo andava colto con il giusto tempismo: indugiare troppo era da guardone, passare di fretta un’offesa alla sua acerba malizia e alle mie speranze. Lei di anni ne aveva tredici. Un abisso. Uno di dieci anni era molto meno di una nullità al cospetto di una tredicenne. Ho sempre creduto che, se mi avesse parlato, se mi avesse anche semplicemente salutato, quel gesto bellissimo non sarebbe stato più lo stesso, mai più.

Il giorno dopo sarebbe stato comunque uguale, ma quell’uguale spensierato mi piaceva.

 

Paolo Di Sabatino lavora nel mondo della comunicazione e del giornalismo dal 1997. Collaboratore dal 1998 al 2010 del quotidiano «Il Tempo», ha gestito uffici stampa per importanti eventi sportivi internazionali, per aziende ed enti pubblici. Attualmente lavora per l’agenzia di comunicazione Kulture Multimedia dove segue progetti di comunicazione e marketing per realtà del calcio professionistico italiano e per aziende. Redattore del quotidiano on line ChietiToday.it. Cura la comunicazione del jazzista Maurizio Rolli e dell’attrice e scrittrice Daniela Musini.

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