Penso che un cono così...

Come può essere raccontato un cono da gelato? ...leggi gli elaborati »

Ultime Notizie

Ice Party

  • Crema di yogurt alla frutta
    Che la bella stagione abbia inizio!   ... continua »
 

La voglia del cuore

Autore: Azzurra Marcozzi

L’aria imbronciata e le sopracciglia al cielo. Di lei, ogni sera, scrutava l’espressione, fuori luogo, di un’altra epoca. Un esserci travestito da assenza eppure tanto ingombrante. Le dita tamburellanti sul tavolo e il volto raccolto in una sciarpa, a volte fino agli zigomi. Una tenerezza raffinata, nuda. Quando lei cambiava prospettiva lui abbassava lo sguardo. La paura di non essere ricambiato da un esserino tanto inusuale non voleva contemplarla. Allora provava a fantasticare su cosa le piacesse: musica, viaggi, colore delle mutandine o la tinta del rossetto. Di quella bocca fantasticava il più possibile, due labbra o forse tre, visto che erano sempre coperte da un grande sciarpone. Ogni volta, quando lei veniva al caffè, lui passava e sostava davanti a un vecchio jukebox. Tentava di indovinare la sua canzone e metteva, a caso, il gettone nella fessura, scegliendo pezzi di ogni genere. Nutriva la speranza che lei, sentendo partire le note della sua canzone, avrebbe guardato nella direzione del jukebox e quindi si sarebbe accorta della sua goffa presenza. Ed ecco Luigi Tenco risuonare le note di “Lontano lontano”, Sergio Endrigo che con semplicità unica cantava “Io che amo solo te”, la “Carrie” degli Europe, o forse la più romantica delle “Careless  Whisper”. Ma niente faceva accendere quella scintilla negli occhi di lei, quell’andare a ritroso nei pensieri, quel sano fantasticare. Nulla sembrava sfiorarla davvero se non quella coppa di gelato all’amarena. Appena arrivata ne succhiava il succo dal cucchiaino e poi stava ad aspettare che la densità della crema diventasse acquosa. Era così stanco lui, di immaginare. Una sera, svogliato, infilò il gettone e scelse un pezzo a caso. La meccanica del jukebox diffuse le note di “Slave to love”. “Un buontempone quel Bryan Ferry, quante donne deve aver conquistato con questo pezzo”, pensò. A un tratto il gelato d’acqua di amarene non fu più al centro dell’attenzione di lei ed eccolo quello sguardo che andava a ritroso. I suoi occhi illuminati guardarono il jukebox e lui. Il ragazzo si aggiustò la camicia e accennò un sorriso, “ora o mai più”, gli sussurrava una voce da dentro. Un attimo di esitazione e poi fu ai piedi del suo tavolo. Le chiese di ballare. Lei accennò un sorriso con gli occhi. La bocca, che era il sogno erotico di lui, nascosta dalla grande sciarpa. “And I can’t escape, I’m a slave to love” suonava il jukebox preceduto dai bassi. “E chi vuole scappare?”, pensò lui. Lei gli pose delicatamente la mano sul braccio, lui la tirò a sé in un lampo. La sciarpa scese un po’ e in fretta se la sistemò di nuovo. Lui poteva sentire tutti gli anelli della sua schiena, lei il profumo di cedro e dopobarba sulle sue clavicole. Teneri e sommessi quegli occhi di un volto senza bocca. Dopo il ballo decisero per un drink all’aperto e uscirono sotto i portici del caffè. Il ragazzo si fece coraggio e lì, sotto quel cielo di novembre, le raccontò delle sere passate a osservarla, dei tentativi goffi e ruffiani di indovinare la sua canzone, delle curiosità sulla sua bocca. Lo sguardo dolce di lei mutò in severo: gli disse che non poteva, che non voleva, che era strana, che gli uomini non le interessavano. Tutte sciocchezze confermate dalla fame di tenerezza di quegli occhi che lui amava tanto. Fece per andare via ma lui la trattenne e con uno scossone la sciarpa beige scivolò a terra. Fu gelo e paura, meraviglia e dolcezza. Sul lato destro di quella boccuccia tanto agognata c’era una voglia dorata che ricordava la forma di un piccolo e affusolato cono gelato. Volle toccarla e le accarezzò i lati delle labbra. Lei occhi lucidi e vergogna. Il giovane le disse che era la cosa più inconsueta e dolce che avesse mai visto e la baciò. Un bacio denso, goloso, appagante. Quella strana piccola voglia gli aveva trafitto il cuore. Si salutarono, tra le lacrime e l’incredulità di quanto accaduto, felici. Promisero di rivedersi, l’indomani, al solito caffè. Le ore di attesa cambiarono in giorni, le foglie d’autunno contavano i mesi, i ticchettii dell’orologio della stazione segnavano il tempo di un anno. Lei non venne, né il giorno seguente, né quelli dopo, né quelli dopo ancora. Era stato così sciocco e innamorato da non chiederle nemmeno il nome: avrebbe voluto conservarlo per la prossima volta. Centinaia di volte tornò, a quel caffè. Talmente ossessionato e pazzo da trasferirsi nell’appartamento di fronte, trascorrendo il resto del tempo libero con gli occhi fissi alla finestra, sperando di vederla passare, avvolta in quello sciarpone di cui, forse, solo lui conosceva il segreto. Di lei gli era rimasta solo la sua canzone e l’immagine incancellabile della sua voglia dorata. Aveva provato a chiedere ai frequentatori del caffè se la conoscessero, a chiunque l’avesse potuta notare, ma lei era stata così solerte nel passare inosservata. Una donna dagli occhi dolci e l’aura di un fantasma. Non trovava il modo di rassegnarsi, finché un giorno la vita lo richiamò nella sua città d’origine per la scomparsa prematura di sua madre. Non tornò più al caffè. Cominciò a dirsi che era un bene, che era stato imbrogliato, che quel bacio non valeva poi tutta quella pena. Che forse lei non valeva tutta quella inquietudine. Maledetta lei, quella sciocca voglia, quel bacio pieno di contorte verità.  Lavorò sodo, affinché, con il tempo, anche il suo cuore si convincesse di questo. Si rinchiuse nella routine delle cene con amici, del calcetto una volta alla settimana, delle donne occasionali. Finché, durante un pranzo di lavoro, tra il fumo delle sigarette e il puzzo di fritto del ristorante, un amico gli presentò quella che sarebbe diventata sua moglie. Una sana, concreta e determinata lavoratrice e madre di famiglia, così gliela avevano descritta. Tutta curve e telefonino, altri dicevano. Lei gli raccontò dei suoi viaggi in India, dell’importanza di essere una donna indipendente, delle lunghe notti passate a ingegnarsi su progetti da presentare al maiale capo di turno che non la vedesse solo come una costoletta ambulante ma come essere femminino saldo e instancabile. L’interesse divenne affetto, l’affetto si trasformò in promessa di matrimonio. Testarda e completa sul lavoro, sbadata e sottomessa come moglie. Mai si tirava indietro di fronte alle richieste sessuali del marito, «il pudore», diceva, «è per le fidanzate». La frenesia delle prime volte si trasformò in ansia da figli. Provarono tanto, ma non venivano. Tutte le innovazioni, i rimedi, il monitoraggio degli ormoni, le notti insonni passate in bagno a poco o nulla servirono. Così fecero domanda di adozione. Burocrazia odiosa, viaggi, visite degli assistenti sociali costarono soldi, nervosismo e piatti rotti. Fino a quando, dopo cinque anni, gli venne affidata una bambina. Occhi come due nocciole e capelli corvini. Quando arrivò a casa aveva appena quattro anni, «l’età adatta», gli avevano detto, «per affezionarsi con consapevolezza». Fu subito la cocca del papà e la rovina della mamma. Ogni suo desiderio per il papà era vangelo, anche le scorribande al parco e la discesa su quello scivolo sgangherato e arrugginito. Un giorno, per la troppa velocità di spinta, la piccola cadde a terra, ferendosi una gamba. I pianti disperati richiamarono il padre che, in quel momento, stava parlando con un collega della moglie. La piccola gettò le braccia al collo del genitore che la tranquillizzò, scoprendole la coscia. Un tuffo al cuore, un’onda, tutti gli uragani della terra. Su quella candida pelle di bimba, eccola lì, una piccola voglia a forma di cono gelato. Furono lacrime, sgomento, atrocità. Non riusciva a crederci, la stessa voglia di lei, quella dolcissima voglia dorata. Abbracciò la figlia con la tenerezza e la rassegnazione di un uomo vinto da tutte le emozioni del mondo. Quella tenera e strana donna, il suo sogno infranto, la passione di un desiderio spezzato erano tornati da lui sotto forma della più grande delle dolcezze. Prese in braccio la bambina che fece scivolare il viso nella felpa di talco dell’uomo. «And I can’t escape, I’m a slave to love», canticchiò tra le lacrime.

Azzurra Marcozzi, giuliese doc, dall’età di 18 anni lavora per l’emittente radiofonica locale “Radio G Giulianova”, dove ha mosso i primi passi prima come speaker e poi come giornalista pubblicista. Conduce programmi di informazione e format culturali e musicali dove ospita professionisti e artisti provenienti da tutto l’Abruzzo. Dal 2011 collabora con l’edizione Abruzzo del quotidiano «Il Messaggero». Ha pubblicato due libri di poesie, Prima donna e La Sinfonia delle tre stelle, quest’ultimo insieme alle scrittrici Patrizia Di Donato e Federica Ferretti. Ha partecipato a premi letterari locali e nazionali portando a casa diversi riconoscimenti; alcune delle sue poesie sono raccolte in antologie nazionali. È addetto stampa e presentatrice di realtà sociali e culturali ed eventi in genere. Sue grandi passioni sono la musica e la recitazione: ha seguito corsi di teatro e partecipato a rappresentazioni teatrali e reading con compagnie dialettali, il Teatro del Sì e la compagnia teatrale al femminile “Le Beattrici”.

counter