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La mia monetina d'oro

Autore: Nicoletta Dale

La mia sveglia suona molto presto la mattina: è il momento in cui trovo le risposte alle domande rimaste lì dalla sera prima, l’unico momento della giornata in cui la mia mente è leggera e vola libera. Alcune mattine sono senza domande e la mia mente fa tornare magicamente vivi davanti ai miei occhi i ricordi più belli della mia infanzia sepolti fino ad allora in un cassetto. Probabilmente li ho sognati, perché sono nitidi e chiari come se il tempo non fosse mai passato: rivedo ogni singolo fotogramma, assaporandone perfino le emozioni. La musica non me la sono trovata davanti come una strada già decisa, non mi è stata mai presentata come un’imposizione da chi prima di me ne aveva fatto la sua vita, ma me ne sono innamorata lungo il cammino, scoprendo pian piano le sue mille sfaccettature, scegliendola tra infinite altre strade.

Avevo solo otto anni quando il mio papà decise di farmi diventare un elemento fisso nella sua orchestra, ma avevo già il piglio di chi è completamente a suo agio sul palcoscenico perché, in realtà, la prima volta che ho cantato su un palco ne avevo appena tre.

Il mio era uno spettacolo nello spettacolo: mio padre, mio nonno e i miei zii hanno sempre curato l’immagine oltre che l’aspetto musicale dello show che ogni anno ideavano per le serate estive in giro per l’Italia, e finalmente ne facevo parte anch’io. Come una bambina davanti al cartellone dei gelati, guardavo tutte le possibilità che la vita mi offriva, ma avevo già le idee chiare: ho sempre saputo quale gelato avrei scelto, ho sempre saputo che il sapore della musica sarebbe stato imbattibile per me – neanche paragonabile al gusto di qualsiasi altra passione. La patente da adulta era finalmente arrivata, potevo fare quello che facevano i grandi: truccarmi con un po’ di porporina sugli occhi, indossare abiti luccicanti, ma soprattutto cantare e ballare. Non dovevo più restare a guardare da sotto il palco mentre la nonna mi teneva per mano, ora potevo volare libera anche io, esprimermi davanti a un pubblico e sentire le tavole scricchiolare sotto i miei piedi sfrenati.

A dire il vero c’è stato un tempo, da piccola, in cui ho pensato che avrei fatto la ballerina e non la cantante, ma crescendo mi sono rassegnata al fatto che preferivo i gelati alle tristi insalatine che mangiava mia zia Elisa per rimanere in forma: non avrei mai avuto il fisico adatto per seguire le sue orme di ballerina. Anche il pianoforte di papà mi stava stretto, lo studio rigido del conservatorio mi soffocava e mai avrei potuto rimanere seduta dietro un ingombrante strumento musicale. La mia indole mi spingeva al centro del palco con l’esuberanza innata di una leader che vuole sempre stare al centro dell’attenzione. Egocentrici si nasce, ahimè!

Sì, lo so, non è una cosa bella da dire ma purtroppo o per fortuna quando salgo sul palco mi trasformo, lì sopra finalmente riesco a essere me stessa.

Tra i ricordi più vivi di quel periodo, forse il più bello della mia vita, ci sono i meravigliosi viaggi che facevamo per raggiungere le destinazioni dei nostri concerti: piccoli borghi arroccati su alte montagne e grandi piazze di città importanti, spiagge, locali e anche qualche casa privata. Non ci siamo fatti mancare nulla. Ho conosciuto luoghi incantevoli e luoghi pericolosi, mi sono divertita e a volte ho avuto anche paura, ma è stato bellissimo.

Viaggiavamo con un furgone per gli strumenti musicali e le attrezzature e un furgone a nove posti per noi musicisti. Quel furgone per tutta l’estate era la nostra casa, lì dentro dormivamo, a volte mangiavamo, ma soprattutto cantavamo e giocavamo. Ricordo benissimo che per passare il tempo mio padre e gli altri musicisti inventavano sempre qualcosa di nuovo e con il senno di poi posso affermare che lo facevano per me, la mascotte della banda. Cercavano di divertirmi organizzando scherzi o raccontando storie, ero la loro bambola, mi coccolavano, mi viziavano, ed ero davvero una bambina felice, con tante mamme e tanti papà.

Sì, la musica mi ha dato anche questo: una grande famiglia allargata, molto allargata. Ancora oggi, quando incontro le persone che hanno condiviso con me quel periodo, il richiamo a un generoso abbraccio è fortissimo, perché l’amore che si riceve da bambini non si dimentica mai. Come l’amore che mia nonna non ha mai smesso di dimostrarmi, neanche quando, da bambina viziata e complicata quale ero, l’ho delusa interrompendo gli studi in conservatorio. Ma non posso più parlare di lei, perché da quando il paradiso l’ha chiamata a rapporto – forse perché gli angeli scarseggiavano in quel periodo – il mio cuore si è irrimediabilmente lacerato.

Ma torniamo alla nostra storia. Uno dei giochi che più mi divertiva era la sfida dei gelati, o meglio dei ghiaccioli. Ogni bar, ogni autogrill, ogni gelateria che ci si parava davanti era la scusa per incrementare il numero di ghiaccioli necessari per vincere l’ambito premio che mio padre metteva in palio ogni anno. Nella sfida ovviamente mi sono sempre distinta – vi ho già detto che non amavo le insalatine –, ma il premio non sono mai riuscita a conquistarlo: quella monetina d’oro da un centesimo che mio padre conservava nella sua confezione da gioielleria per consegnarla al vincitore, durante la cena di fine stagione, con una proclamazione degna dei premi Oscar. Io ero lì che aspettavo, nella speranza di essere premiata, ma niente, il numero uno era sempre qualcun altro.

Oggi, con lo stesso piacere con cui un tempo assaporavo i ghiaccioli, godo degli infiniti modi che la musica sa inventare per liberarsi dalle catene che la tengono relegata dentro di noi. Adoro la luce che brilla sulla pelle e nello sguardo di chi si lascia andare e smette di trattenerla! Ho scelto di vivere la musica come un bellissimo dono da condividere e da tramandare, piuttosto che come un semplice lavoro o come un mezzo per raggiungere fama e successo: preferisco fare ogni giorno del mio meglio per impedire che muoia soffocata dalle dinamiche imposte da chi non l’ha davvero conosciuta.

Questa è la mia monetina d’oro da un centesimo!

 

Nicoletta, figlia e nipote d’arte, già a otto anni intraprende un’intensa attività artistica lavorando al fianco del padre Gianni e del nonno Nino, noto musicista e scopritore di talenti. Inizia a studiare pianoforte e si esibisce con uno spettacolo studiato appositamente per lei che la vede impegnata nel canto e nella danza in giro per tutta l’Italia. Nel frattempo registra in studio brani inediti e spot radiofonici e partecipa alle selezioni per il Festival di Sanremo entrando nella rosa dei finalisti. Insieme a quattro tra i musicisti più quotati in Abruzzo fonda i Sosta Vietata, band storica con la quale ha calcato i palcoscenici dei locali più prestigiosi d’Italia, accompagnando artisti del calibro di Goran Kuzminac, Bobbi Solo, Grazia Di Michele, Fabio Concato, Laura Bono e Franz Di Cioccio. Perfeziona lo studio del canto, già avviato in conservatorio, iscrivendosi all’Università della Musica. Trasferitasi a Roma firma un contratto con Mediaset come cantante solista nel cast della trasmissione di Enrico Papi Sarabanda. Esperienza di grande crescita è quella con Elisa Turlà, che la avvicina al metodo Voice Craft destinato a cambiare radicalmente il suo approccio al canto. Tornata a Teramo fonda l’associazione Faremusika. Al momento sta lavorando a un nuovo progetto che porta il suo nome, Dale’s Mood, che attinge alla tradizione swing italiana e americana.

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