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Geometria amorosa. Di coni, rette e altri incidenti…

Autore: Sara De Santis

Due rette distinte che appartengono allo stesso piano possono incontrarsi in un punto o non incontrarsi mai. Continuava a rimuginare su quella frase di apertura del quarto capitolo del suo libro di geometria. Se si incontrano si dicono “incidenti”, nomen omen: un incontro che evoca uno scontro, un incidente di percorso, l’ombra di una tragica fatalità.

Come questa storia, pensò Lucia. Il parallelismo, tanto per rimanere in tema, le venne spontaneo. E poi il riferimento al postulato più romantico della geometria euclidea, il quinto, quello dell’incontro mancato: due rette destinate a non incontrarsi mai, nemmeno in un ultimo punto pensato. Nemmeno all’infinito. Eppure, fantasticava ancora Lucia, ormai irrimediabilmente persa dietro alle sue elucubrazioni romantico-matematiche, come aveva poc’anzi spiegato il prof, se gli angoli interni hanno per somma un angolo minore di 180° le tre rette formano un triangolo. Quindi per 179.9, 179.99, 179.999… il triangolo diventa sempre più allungato con un vertice sempre più lontano ed ecco che, quando l’angolo è diventato piatto, il vertice si è allontanato, è infinitamente più lontano di qualsiasi punto pensato: ecco che il vertice si è spostato. All’infinito...

«Allora comunque sono destinate a incontrarsi. Si incontreranno in un punto nell’infinito, e all’infinito!». Tutta la classe ora era girata verso di lei che non si era accorta di aver parlato ad alta voce. No, anzi, doveva proprio aver urlato. Perché gli occhi di tutti, compresi quelli inespressivi del professor Abbondi, ora erano puntati su di lei, con una gamma di espressioni che andava dallo sconcerto all’aperta derisione. Tutti tranne uno. Lorenzo, il suo Lorenzo. Accarezzò con lo sguardo quella schiena rimasta immobile, chiusa, e gli fu ancora più cara. Era la retta con la quale era predestinata a incontrarsi in qualche modo, in qualche infinito punto nell’universo. Come in quella canzone di Mia Martini che canticchiava sempre sua madre: Tu, tu che sei diverso / almeno tu nell’universo / un punto sei…. Lucia e Lorenzo insieme nell’universo. L e L: le loro stesse iniziali rimandavano a due semirette con la stessa origine, erano fatalmente “incidenti”. Come quelli che ti capitano a un incrocio qualsiasi dell’esistenza, quando un attimo dopo nulla è più come prima.  

Non aveva mai avuto bisogno di guardarla per sentirla, lui la capiva e basta. Perché Lorenzo era diverso, era il diverso. Lorenzo e il suo trauma che sembrava essere rimasto impigliato alla radice del grido. L’immane catastrofe che aveva sconvolto per sempre la sua giovane esistenza e aveva portato i loro destini a incontrarsi. Incidenti…

«Ma che davvero ti piace quello strano? Il terremotato?» le risuonavano nelle orecchie le parole di scherno del bullo della scuola, Rodrigo, e le risatine di quei “bravi” ragazzi che gli facevano da spalla. Scacciò il loro pensiero come fosse una mosca fastidiosa per concentrarsi solo sul momento del loro incontro. Esattamente dieci anni prima: era il settembre del 2009, primo giorno di scuola, classe seconda C. Al solito la sua fantasia era al galoppo quando venne interrotta dall’ingresso del nuovo alunno, che venne a occupare il banco a fianco al suo senza degnarla di uno sguardo, nonostante lei gli avesse spalancato tutte le finestrelle del suo sorriso. La maestra pronunciò il nome della città da cui si era trasferito in un sussurro impercettibile. Quel bambino era come assente, tutto in lui indicava che non prestava alcuna attenzione a ciò che accadeva intorno, a partire dai bottoni del grembiule blu penzolante: per anni non combaciarono mai con le asole.

Gli altri compagni iniziarono presto a guardarlo con diffidenza e a isolarlo. Ma non Lucia: sua madre Agnese le aveva spiegato che Lorenzo era un sopravvissuto.

Era sopravvissuto a un mostro enorme, che alle 3:32 del 6 aprile di quello stesso anno aveva scosso la terra nel profondo e spezzato migliaia di vite e sogni. Il suo eco spaventoso le era giunto soltanto di lontano. Sotto quelle macerie erano rimasti sepolti l’infanzia spensierata di Lorenzo insieme a metà della sua famiglia. Per ore nel buio, nel chiuso e nella polvere che entra nei polmoni, Lorenzo, il superstite, aveva lottato e sperato ed era rimasto aggrappato a un unico spiraglio di luce. Dopo molte ore, non avrebbe mai saputo dire quante, da quello spiraglio era arrivata la voce dei soccorritori, dall’alto come quella degli angeli: «Piccolo, resisti. Tieni duro, siamo a un passo da te». 

Solo dopo molti anni Lorenzo era riuscito a raccontarle queste cose e la sensazione di quell’unico filo di luce al quale la sua vita era rimasta aggrappata per interminabili ore. Lucia, molto religiosa, non aveva avuto dubbi: era il segno della Provvidenza, che l’aveva protetto.  Lorenzo non parlava volentieri di quella notte, solo con Lucia infine era riuscito ad aprirsi, a sciogliersi, e il miracolo era inspiegabilmente accaduto davanti a un cono gelato.

 

Il cono. Ancora un altro rimando geometrico: uno dei solidi più affascinanti, una misteriosa piramide con alla base un cerchio e un numero infinito di facce oblique. Obliquo come il suo sorriso quel giorno, un po’ incerto davanti al cono preso al chiosco vicino alla scuola. Loro due seduti su una panchina, incredibilmente intimi nonostante il muro di silenzio. Quando lei fece per abbracciarlo, Lorenzo si ritrasse e sembrò come ricomporsi, un momento prima di cadere in mille pezzi. E poi le sue parole cominciarono a fluire: il racconto di quelle ore, di quei giorni, del prima e del dopo. Era un fiume di parole che erompeva da ogni argine, che sgorgava liberatorio in un vortice dolceamaro, di lacrime salate miste alla panna del cono che si scioglieva. L’amore, come un cono, ha infinite facce e in quell’istante sembrarono sovrapporsi tutte in un caleidoscopio di emozioni. Lucia aveva intersecato Lorenzo nel punto giusto.

Ci avevano provato in tanti a mettersi di traverso, altroché. Il più scatenato era Rodrigo. Da quando aveva capito la natura dei sentimenti di Lucia aveva preso a bersagliare Lorenzo e a insidiarla in tutti i modi, come adesso che, circondato dai suoi amici che si davano di gomito, la distoglieva dai suoi pensieri con quell’odiosa cantilena rap: «Ehi baby, è da un po’ che ti tengo d’occhio e mi sembra che ti stai rompendo un po’ troppo. Che ne dici se più tardi ci facciamo uno spritz?».

«No grazie, sono astemia» rispose lei secca.

«Infatti ci facciamo una bella limonata» fece lui, scoppiando a ridere sguaiatamente, non senza prima avere l’accortezza di mettere in bella mostra il suo Rolex nuovo di zecca. «Mica bazzichi ancora con quello sfigato?» continuò a importunarla lui. Poi, rivolto ai due amici: «Frà, capito, la tipa qua preferisce il terremotato. Dai raga, gli diamo un’altra lezioncina, come l’ultima negli spogliatoi che abbiamo filmato e girato a tutta la classe su WhatsApp».

Lucia stava ancora elaborando una risposta a tono per mettere al suo posto il bullo, quando qualcosa fischiò al lato del suo orecchio, un poderoso gancio sinistro di Lorenzo che atterrò Rodrigo in mezzo ai due amici mandandogli di traverso il cappellino griffato Gucci. Nel parapiglia generale qualcuno filmò la scena.

Lorenzo aveva finalmente reagito: era rosso in volto e incredibilmente vivo. Il prof Abbondi li fissava interdetto con i suoi occhi acquosi, ma prima che potesse prendere una qualsiasi decisione l’ora era suonata. Driiiiiinnnn! Mai squillo fu più liberatorio di quella campanella. Lucia e Lorenzo, mano nella mano, corsero verso l’uscita in direzione del chiosco dei gelati, pronti ad affogare le emozioni di quella incredibile mattinata in un cono panna e cioccolato da condividere, che avrebbe sciolto ogni nodo in gola e li avrebbe portati a chiacchierare fino a sera inoltrata.

Le vennero in mente le parole di un celebre romanzo che avevano studiato qualche tempo prima: «Dio non turba mai la gioia dei suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande». Già, ma quella era un’altra storia.

 

Sara De Santis. Giornalista professionista, diploma universitario in Giornalismo e laurea magistrale in Scienze della Comunicazione conseguita all’Università Lumsa di Roma. Ha collaborato con l’agenzia stampa Asca, Radio Vaticana, il «Messaggero» Abruzzo e diverse testate giornalistiche locali. Ha maturato dal 2002 a oggi una significativa esperienza nel campo della comunicazione pubblica e degli uffici stampa istituzionali. In particolare, si è occupata della comunicazione ambientale presso la Provincia di Chieti (2002-2009), la Provincia di Teramo (2010-2012), il Comune di Roseto degli Abruzzi (2013-2014) ed è dal 2014 addetto stampa del Consorzio Bim Vomano-Tordino di Teramo, dove svolge attività di ufficio stampa consortile al servizio dei 26 Comuni dell’Ente. Ha tenuto workshop di formazione presso l’Università di Teramo (Workshop “Media Planning”) e la Scuola Umbra di Amministrazione Pubblica (Master in “Comunicazione pubblica 3.0”).

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