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Il chioschetto sul lago

Autore: Roberta Di Sante

Nell’aria si respirava intenso il profumo della primavera. Amava l’odore forte dell’erba appena tagliata intriso nel vento, che sussurrava leggero tra i fiori di pesco. Era la stagione che preferiva, quella in cui era nata e che, ogni anno, le dava quella strana ma gioiosa e appagante sensazione di rinascere di nuovo. S’incantava a osservare la danza dei petali bianchi e rosa che fluttuavano, fino ad adagiarsi delicatamente sul prato verde, di un verde intenso e rigoglioso. Adorava passeggiare all’aria aperta, avrebbe potuto camminare per ore baciata dal tepore dei raggi del sole. Lo faceva sempre quando la malinconia prendeva il sopravvento su di lei o semplicemente per assaporare quella sensazione di profonda armonia e libertà a stretto contatto con la natura. Immersa nel suo habitat naturale si lasciava andare, fino a perdersi nel frenetico succedersi dei suoi pensieri. Faceva tappa fissa al chioschetto, uno di quelli estivi, colorati, in cui è facile imbattersi durante le feste di paese, e ordinava sempre una cialda di gelato all’amarena e granella di nocciole, il suo preferito. 

Ricordava ancora quando lo aveva assaggiato per la prima volta e se ne era innamorata. Anche quella sera era uscita a piedi, l’aria era fresca ma gradevole e, in centro, c’era un gran viavai, tra mercatini e negozietti che proliferavano di gente in vena di compere e le luci che addobbavano il corso, infondendo quel non so che di caldo alla serata. Una sua grande passione era quella per il cinema. S’immedesimava sempre nelle protagoniste dei grandi colossal di Michael Bay, le piacevano i thriller che la tenevano con il fiato sospeso e i film impegnati. Ma quella sera scelse la più classica delle commedie all’italiana. E fu proprio tra una risata e l’altra che tutto prese vita. Nella poltrona accanto alla sua le facevano eco le risa di un ragazzotto dalla faccia simpatica e dagli occhi buoni. Inizialmente, lui sembrava quasi infastidito dall’ilarità di lei e dal suo modo di fare esuberante. Ma, col passare dei minuti, i due si lasciarono travolgere dall’intreccio di quella trama così divertente, appassionante e ricca di colpi di scena. Usciti dalla sala, al bar del cinema, continuarono a commentare e rivivere insieme le scene salienti del film, di fronte a una grande cialda di gelato all’amarena e granella di nocciole, come se si conoscessero da sempre. Fu da lì che tutto ebbe inizio: nei loro sguardi c’era una luce speciale, come un filo invisibile che li teneva uniti, seppur nella loro diversità. Le loro frequentazioni si fecero, via via, sempre più assidue e, nel giro di qualche mese, diventarono praticamente inseparabili. La loro vita di coppia procedeva serena, tra qualche immancabile battibecco quotidiano e la gioia tipica dei primi tempi. Non potevano immaginare che, di lì a poco, la vita li avrebbe messi a dura prova. 

Una mattina si svegliò dopo aver trascorso una notte agitata, senza riuscire a riposare. Il volto smunto e pallido, gli occhi gonfi e i denti stretti in una smorfia di dolore. Già da tempo avvertiva strane fitte, ma quel giorno i dolori erano lancinanti, come spine conficcate nello stomaco. Col trascorrere delle ore, i crampi diventarono sempre più frequenti e di maggiore intensità, quasi da toglierle il fiato. Al rientro dal lavoro, nel tardo pomeriggio, lui la trovò inerme e senza forze, accasciata sul pavimento della stanza da bagno, priva di sensi. Sgranò gli occhi, le si gettò accanto e provò a scuoterla; poi prese il telefono, compose il numero dell’unità d’intervento e in un batter di ciglia arrivò l’ambulanza. Una volta al pronto soccorso, la sottoposero a una serie infinita di esami, ma l’equipe medica non ebbe alcun dubbio sulla diagnosi: il Mostro si era impossessato del suo corpo. La prima reazione fu di totale disperazione, aveva il terrore di morire e, ancor più, di stravolgere la vita delle persone che amava trascinandole in una spirale di dolore. Lo stesso fu per lui, devastato dalla notizia che un tumore potesse portargli via per sempre il suo regalo più grande. Non riuscì a dormire quella notte, camminò per ore in strada senza una meta, col volto privo di espressione e senza riuscire a versare neppure una lacrima, per poi tornare nuovamente in ospedale e trascorrere le poche ore che restavano fino all’alba sulle poltroncine della sala d’aspetto. Dopo l’iniziale sconforto però, fu lei a dare a entrambi la grinta necessaria per scalare quell’enorme montagna che la vita gli aveva posto innanzi. Qualcosa le era scattato dentro, una forza che mai avrebbe creduto di poter avere in quel corpo così minuto e gracile. I mesi di chemioterapia la provarono enormemente nel fisico, ma non nello spirito, sempre combattivo e mai arrendevole. In quei lunghissimi, interminabili mesi lui non la lasciò un attimo, neppure quando gli effetti devastanti della chemio iniziarono a manifestarsi sul suo corpo. Lei si vergognava a mostrarsi in tutta la sua fragilità, ma lui con estrema dolcezza riusciva a farla sentire sempre come la creatura più bella che avesse mai visto. Dopo otto mesi di calvario dentro e fuori l’ospedale, una mattina, a seguito dell’ennesimo esame, la notizia che non ti aspetti: «La massa tumorale si è ridotta di diametro ed è ora circoscritta in un’area operabile». All’udir quelle parole, la fiamma della speranza fece accendere di gioia i loro cuori; se davvero c’era anche una sola possibilità, a quella si sarebbero aggrappati con tutte le forze che avevano. Immediatamente venne predisposta la sala per l’intervento: solo pochi istanti per salutarsi, poi lui la vide allontanarsi in barella e sparire oltre le porte scorrevoli che si chiusero dietro di lei. Da quel preciso momento per lui iniziarono ore di interminabile e straziante attesa, ma intrise anche di un profondo senso di fiducia. Pregò tanto in quelle ore, forse più di quanto non avesse mai fatto nel corso della sua vita. Caffè e preghiere. Fino a quando non vide il medico affacciarsi sull’uscio della sala operatoria ed esclamare, con un accenno di sorriso: «L’intervento è perfettamente riuscito. Dovrà restare sotto osservazione, ma possiamo considerarla clinicamente guarita». Non aveva mai provato un senso di felicità assoluta come in quei pochi istanti, il cuore in gola e gli occhi gonfi di lacrime, di una gioia che non sapeva descrivere. Fu il giorno più bello della sua vita e non avrebbe mai dimenticato gli occhi di lei nel momento in cui si avvicinò al letto per comunicarle che avevano vinto, che erano stati più forti del Mostro. 

Ora, dopo tanti mesi di reclusione forzata in ospedale, il desiderio più grande per lei era poter tornare a passeggiare in mezzo a quella natura che tanto amava e che la faceva sentire libera. A un anno di distanza da quel giorno che aveva dato per sempre una svolta alla loro vita, decisero così di tornare in quel luogo a lei così caro, dove il verde intenso dei prati si rifletteva nel turchese dell’acqua limpida, creando uno straordinario gioco di luci tra i rami degli alberi di pesco, che facevano da cornice a uno scenario da cartolina. Mentre erano seduti sul prato, un petalo bianco le scivolò sulla gonna larga a fiori, lei alzò la testa e vide poco distante un chioschetto colorato. Si avvicinarono e ordinarono due cialde di gelato all’amarena e granella di nocciole e le gustarono in tre, felici, sulle sponde di quel ramo del lago di Como. 

 

Roberta Di Sante nasce a Giulianova il 24 maggio 1984. Giornalista per tv e carta stampata, è iscritta all’ordine professionale dal 2010. Collabora attivamente dal 2007 con il quotidiano «Il Centro», per cui si occupa di cronaca, attualità e sport, e dal 2016 con l’emittente regionale TvSei. Precedentemente ha collaborato con l’emittente regionale Rete8 ed è stata responsabile ufficio stampa per le case editrici Zikkurat International Business e Artemia Edizioni, e per la società sportiva Atletica Vomano. 

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